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La Storia

LA STORIA DEI BURATTINI BOLOGNESI

Il burattino di legno, come veicolo di comunicazione e divertimento, ha origini antichissime: a Bologna si hanno le prime notizie documentate di spettacoli nel 1600.
Le marionette a filo, da sempre esempio di teatro di animazione aristocratico, nella città turrita beneficiarono di acceso fervore fin dal XVII, ma furono i burattini, nel tempo, ad avere il sopravvento e nel XIX secolo conquistarono la piazza divenendo uno degli elementi più espressivi del folclore bolognese.
Oggi le ultime marionette bolognesi sono conservate tra le Collezioni Comunali, al Museo d'Arte Industriale nel Palazzo Davia Bargellini, in Strada Maggiore 44. Sono là in una ricca teca barocca riproducente un teatrino e guai a toglierle di là... ci si sono rinchiuse loro stesse per sopravvivere, almeno come oggetti da esposizone, alla rivoluzione burattinesca.

Per rivoluzione burattinesca si intende quel vortice che scatta nel pieno del '700 nel cuore della città, dapprima piccoli teatrini viaggianti dilettavano il pubblico nella Piazza del Mercato, poi con Fagiolino e l’opera dell’artista Cavallazzi, che agiva con i suoi burattini in Corte Galluzzi. si delinea gradualmente la nostra tradizione burattinesca con le maschere e i personaggi nati e atti a rappresentare diversi aspetti della città: dal pedante logorroico laureato pronto ostentatore di cultura al popolano furbo e genuinamente ignorante.

Angelo Cuccoli con Fagiolino e BalanzoneSarà poi la continuità e la frequenza delle rappresentazioni della famiglia Cuccoli, grazie alla tenacia dei capostipiti il padre Filippo (1806-1872) e il figlio Angelo (1834-1905), a fissare quei canoni che saranno perpetuati ininterrottamente fino ai giorni nostri grazie ad altri numerosi maestri. Il termine linguistico “burattino” entrò talmente nel linguaggio quotidiano dei bolognesi tanto da formulare modi di dire, così come pure il nome dei burattinai e dei personaggi.
Figli diretti della Commedia dell’Arte, i burattini bolognesi fanno un uso sapiente del vernacolo petroniano miscelato per quello che concerne le altre maschere italiane, ad un ampio campionario di cadenze dialettali, sempre alternati a interpretazioni in lingua italiana dei personaggi generici. Il mestiere del burattinaio, per antonomasia girovago, nella nostra città considerato l’alto gradimento diventa stanziale. In principio si recitano brevi farse a soggetto che si vanno in seguito raffinando e perfezionando. Anche le strutture per le rappresentazioni mutarono poiché dal ‘700 in poi i vicoli non bastarono più per contenere tutto il pubblico e i burattinai si insediarono nelle piazze, per essere ben visibili da tutti si ingrandisce il casotto (struttura composta da telaio ricoperto da stoffe) che viene sostituito dalla baracca (struttura solida prefabbricata interamente in legno). La baracca veniva impiegata per le stagioni estive in cui tutte le sere lo stesso artista proponeva spettacoli diversi. Per questa ragione i nostri burattinai furono i primi ad ampliare il repertorio, traendo ispirazione da qualsiasi fonte e fu così per necessità che si passò dal canovaccio recitato all’improvviso alla scrittura dei copioni.

Demetrio Presini in bianco e neroDopo aver parlato delle origini è d’obbligo citare la figura più emblematica della compagine burattinesca bolognese: Demetrio Presini in arte Nino (1918-2002), ultimo capocomico a lavorare nelle piazze con le sue creature di legno. Egli fu testimone di quel periodo critico che negli anni ’60 poteva veder scomparire per sempre questo tipo di burattini soppiantati dall’avvento dell’inesorabile televisione e in seguito da nuove forme di intrattenimento e animazione sperimentali. Con molta lungimiranza Presini continuò a interpretare le maschere indirizzandole al nuovo pubblico dell’infanzia, in una sede stabile denominata “Teatrein di Burattein” attiva fino all’inverno  del 1989.

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